La Storia di Gesualdo

un piccolo grande paese dell'Irpinia


Gesualdo "In erto colle, in ima valle e in serva", Torquato Tasso, 1592

foto fine 800

L’antica strada regia delle Puglie al Passo di Mirabella segna l’inizio di altra strada che segue il rilievo collinoso tra la valle dell’Ufita e la valle del Frèdane. Lungo questa strada e il rilievo collinoso si succedono questi paesi dell’Alta Irpinia.

Scende il Frèdane da Guardia de’ Lombardi, passa fra Torella e Rocca San Felice, lambisce Villamaina, raggiunge Paternopoli, e sbocca nel Calore.

Su un colle dominato da un castello, c’è Gesualdo; la valle e il castello entusiasmarono Torquato Tasso, che celebrava la “terra fortunata, aprica, che inonda e porta a più felici genti” e si illudeva di sentire “l’Aufido che da lungi anco risuona”.

La feracità del suolo è stata sempre celebrata. Un poeta latinista dell’Irpinia coniò il bel verso

“dives opum, frugisque ferax dulcisque lyei”

(fertile di risorse, di messi, e di piacevole vino);

Giustiniano la diceva “capace di produrre tutto ciò che è necessario alla vita”.

I frutti che pendono dagli alberi, pere, mele, sorbe, prugne, e gli ortaggi han resa famosa questa valle. Una volta andavano per i paesi i venditori di ortaggi e celebravano la magnificenza degli “acci” di Gesualdo. i sedani ancora oggi famosi. Anche molto conosciuti sono i marmi che si estraggono dalle sue viscere, simili all’alabastro, di tenue color giallognolo, con lucide venature.

Vanvitelli li utilizzò a profusione nella Reggia di Caserta, li commissionò Carlo III di Borbone per il palazzo reale di Portici, rilucevano nel frontespizio del Duomo di Avellino e in molti palazzi di Gesualdo e nel fonte battesimale della cattedrale. E’ l’alabastro cipollino di Gesualdo. Dalla piazza Umberto I, ornata di fontana, l’occhio è attirato dal castello, che incombe, come se volesse proteggerlo, su tutto l’abitato.

Dal castello scendono in cerchi concentrici le strade acciottolate e dalla piazza Umberto I si diparte la via Roma che si biforca in due rami, uno per Frigento e l’altro per Villamaina. L’imponente massa quadrilatera è inclusa in torrioni cilindrici, tra due dei quali si apre nel prospetto un portale arcuato, con loggia semicircolare a tre archi. I terremoti lo hanno scalfito ma non abbattuto. Guardandolo, la mente corre alle tante vicende che vi si svolsero, ai tanti personaggi che lo abitarono.

 

E viene in mente il primo personaggio, il longobardo Sissualdo (poi diventato Gesualdo), nella sua guerra con l’imperatore d’Oriente, Costante II, venuto nel 660 a riconquistare il Ducato di Benevento. Quindi, in quell’anno, un castello o fortilizio già doveva esserci, sia pure da poco tempo. L’impresa di Sissoaldo è riportata nella prosa colorita del Bellabona: “Questo Gesualdo, spedito ambasciatore dal duca di Benevento al re dei Longobardi Grimoaldo suo padre a fin che gli mandasse soccorso di gente per resistere all’empito dell’imperatore Costante, al ritorno dell’ambasciatore, fatto prigione dai Greci e condotto all’imperial presenza, li fè palese che fra breve sarebbe venuto soccorso. Ma avuto l’ordine, che il contrario al suo Duca dicesse, portato in mezzo ai Greci al Duca disse che stato fosse di buon animo conciosia che l’esercito fra due giorni gli sarebbe gionto in aiuto. Per aver detto il vero al suo Signore, l’imperatore sdegnato levar gli fè col ferro il capo dal corpo, e buttar dentro la città. Qual, pigliato dal Duca, lavandolo non con acqua naturale ma con lacrime, e nettandolo con con preziosi drappi, ma con li labbri per mezzo dei baci, dar gli fece onorata sepoltura”.

Comincia con Sissualdo la lunga serie dei Gesualdo, da cui il paese ha preso il nome.

I discendenti del primo Gesualdo per quattrocento anni furono i Signori del territorio, man mano ingrandito; dipendevano dal Duca di Benevento, e gli furono fedeli sempre, fino all’estinzione della famiglia, che coincise con la conquista normanna.

Il feudo di Gesualdo fu il fiore all’occhiello dei possedimenti normanni; di essi fu investito un figlio naturale di Ruggero e nipote di Roberto il Guiscardo, che si chiamava Guglielmo, e che da allora (1078) si chiamò Guglielmo di Gesualdo, a sottolineare la continuazione del dominio.

Era figlio di Ruggero e della sua concubina, di nome Maria. E Ruggiero non fa mistero di questa nascita illegittima; in un atto di donazione dice chiaramente “concedo tibi, Marie, quae es uxor Ioannis, et Guiglielmo, quem ex ipsa Maria geniti habemus” (concedo a te, Maria, moglie di Giovanni, ed a Guglielmo che abbiamo generato dalla stessa Maria).

Già suo figlio Elia aveva a Gesualdo aggiunto le terre di Frigento, Paternopoli, San Mango, Mirabella, e Bonito. Elia Gesualdo seguì Tancredi in Terrasanta, in una fortunata operazione fece prigioniera l’imperatrice Costanza, la condusse in Italia e la rinchiuse nel castello di Terracina, e poi a Palermo. Un Elia Gesualdo II per aver partecipato alla congiura di Capaccio contro l’imperatore Federico II perdette parte del feudo; Falcone Gesualdo, per essere stato fedele agli Svevi al tempo di Carlo d’Angiò, ci rimise la vita; e Bartolomeo Gesualdo per aver recuperato il corpo di Manfredi dopo la battaglia di Benevento e tentato di seppellirlo contro gli ordini di Carlo d’Angiò, venne ucciso insieme a Corradino di Svevia, a Napoli.

Stemma Famiglia Gesualdo
Stemma Famiglia Gesualdo

A questo proposito bisogna annotare che mentre Paolo Diacono pone in un rapporto di continuazione i Gesualdo normanni con i Gesualdo longobardi discendenti di Sessualdo, studiosi più recenti, in particolare il Fulcoli (in Civiltà Altirpina, 1994, gennaio/giugno), ritengono che i Gesualdo normanni, derivati da Guglielmo figlio naturale di Ruggero e Maria, appartengono ad un ceppo diverso da quello longobardo. La tesi del Fulcoli è confermata dalla targa marmorea posta all’interno del castello: Carlo Gesualdo, autore della ristrutturazione vanta la sua discendenza “ex glori Rogerii NORTMANNI”; inoltre, sulla lapide murata ai piedi dell’altare di S.Ignazio nella chiesa del Gesù a Napoli, lo stesso Carlo rivendica “la discendenza dai re normanni”. Ed ancora, una lapide, conservata nel Museo di San Martino a Napoli, ricorda che Guglielmo, figlio del duca Ruggiero, ha avuto incarico di erigere “queste mura”. Prima, al posto del castello, c’era una semplice rocca, come dice Paolo Diacono, che menziona il fortilizio longobardo con questo nome e non con quello più impegnativo di castello, terra, o città.

Alto sul paese il castello è elemento peculiare di questo paesaggio. Distrutto da Ferrante d’Aragona e dalla soldataglia francese nel 1799, conserva l’imponente impianto rettangolare, le cortine cinte da rivellini, e le torri angolari angioine, cilindriche.

La storia dei Gesualdo, già collegata con la storia di Longobardi, Normanni, e Svevi, fu anche strettamente collegata con la storia degli Angioini. Ed Elia III Gesualdo, Maresciallo del Regno e Giustiziere di Calabria, venne confermato Barone di Gesualdo.

La guerra tra Alfonso d’Aragona e Giovanni d’Angiò coinvolse il castello, assediato dalle truppe francesi e dalle truppe mercenarie dello Scandeberg, che rapinarono e incendiarono. Quando si passa, a Roma, per piazza Albania e si vede il monumento a Castriota Scandeberg vien fatto di pensare alle vittime di Gesualdo. E quando, andando da Gesualdo a Frigento si passa per la piana di San Filippo, vien fatto di ricordare che nella piana si combattè la battaglia tra francesi e aragonesi.

Il conte Luigi III giocò la carta perdente quando si alleò con Carlo VIII di Francia, calato nel Regno come meteora, e perdette un’altra volta il feudo, che poi venne restituito, per le alterne vicende belliche, al figlio Fabrizio. I Gesualdo devono ora mantenersi in equilibrio nella lunga lotta tra Spagna e Francia, e lo fanno attenendosi alla regola “o Francia o Spagna pur che se magna”, regola cui si ispiravano gli altri principi italiani.

Così Luigi III, nota l’Ammirato, “attese con diligente cura ad ammassar denari, e quelli con molto maggior sollecitudine risparmiando, avanzò di ricchezze tutti”; morì in Conza, che aveva aggiunto al feudo.

Il nipote Luigi IV con l’acquisto “per danaro” di Venosa, aggregò anche questo territorio ed ebbe il titolo di Principe di Venosa.

Il piccolo stato di Gesualdo era composto di tanti pezzi che non avevano nè continuità territoriale nè omogeneità politica, mantenuti dal vincolo della persona fisica del Signore; era composto di 36 luoghi tra città e terre situati in tre province, la maggior parte in Principato Ultra, altre in Principato Citra e Basilicata: Contursi, S.Andrea, Conza, Cairano, Caposele, Calitri, Frigento, il casale di Sturno, Paternopoli, Castelvetere, Fontanarosa, S.Angelo all’Esca, Cussano o Luogosano, Taurasi, Montefredane, Dentecane.

 

Con Luigi IV e Fabrizio II la potenza dei Gesualdo toccò l’apice, non solo per espansione dei possedimenti e moltiplicazione dei titoli, ma anche per l’intreccio di cospicue parentele. Sveva, figlia di Fabrizio, aveva sposato in seconde nozze un congiunto di Alfonso d’Avalos, il famoso generale di Carlo V e marchese di Pescara; suo fratello Fabrizio aveva sposato Geronima Borromeo, che era nipote di un Papa, Pio IV, e sorella di un cardinale, Carlo Borromeo. Fastose furono le nozze di Carlo figlio di Fabrizio, con Maria d’Avalos, sua cugina perchè figlia di Sveva. L’impedimento matrimoniale della parentela venne superato e il matrimonio fu celebrato a Napoli, nella chiesa di San Domenico Maggiore; Carlo ebbe in dono la contea di Conza, Maria d’Avalos ebbe una collana di 49 perle, ornata di grosso smeraldo e mezzaluna di diamanti.

Ma la potenza dei Gesualdo si avviava al termine: dopo il matrimonio, un adulterio, un duplice omicidio, l’estinzione; erano trascorsi seicento anni da Sessualdo. Dalla torre del castello pare che Carlo Gesualdo guardi il paese con l’occhio spento e l’abito bruno, e che sorrida ancora Maria d’Avalos.

La bellissima e irrequieta Maria aveva avuto già altre esperienze amorose; anche questa volta volle vivere una stagione d’amore e si buttò tra le braccia di Fabrizio Carafa Duca d’Andria, “cavaliere il più bello e grazioso della città, di maniere cortesi e soavi, di sembiante delicato”.

La relazione divenne di dominio pubblico, e Carlo meditò la vendetta. Secondo il copione dei mariti traditi, finse di andare a caccia; non vi andò, e tornò in tempo per sorprendere gli amanti in pieno godimento. Si possono ripetere i versi di Dante per Francesca e Paolo:

Amor, che a cor gentile ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta...” (Inferno, V).

 Ma non volle saper niente Carlo Gesualdo di “amor che a nullo amato amar perdona”. Uccise, e incrudelì sulle vittime. Dopo il delitto, compiuto nel palazzo di Napoli (presso San Domenico maggiore), si rifugiò a Gesualdo. Le prove del delitto erano schiaccianti, ma il caso fu archiviato per ordine del vicere Conte de Miranda, “stante la notorietà della causa giusta dalla quale fu mosso don Carlo Gesualdo ad ammazzare sua moglie e il duca d’Andria”. Delitto d’onore!

Don Carlo dal castello di Gesualdo si prodigò in opere di bene per espiare la sua colpa; e, per attenuare l’onta del tradimento e il rimorso, cercò conforto nella musica componendo madrigali, mottetti, responsori, tra i più cupi; precursore di Monteverdi, ebbe vasta rinomanza, giunta fino a noi, tanto che recentemente è stato pubblicato un disco con i suoi “responsoria et alia ad officium sabbati sancti”.

La musica di Carlo Gesualdo, che esperti della materia dicono essere stata imitata talvolta da Pergolesi e Stravinsky per i motivi esistenziali e per ricchezza spirituale, ha dato il nome ad una celebre orchestra polifonica londinese, il “Gesuald Consort of London”.

Il matrimonio era stato celebrato nel 1586, l’assassinio fu del 1590. La morte di Maria d’Avalos, commosse, nonostante la sua colpa, molti contemporanei. Ne fa fede l’epigrafe sulla sua tomba, nella cappella Carafa in San Domenico a Napoli:

“Sembrami, o peregrin, udir chi sia

colei che sotto il passo mio si serra.

Sappi ch’è la bellissima Maria

D’Avalo, chiara in ciel non solo in terra.

Ebbe tre sposi illustri, e morte ria

le diede il terzo, e qui giace sotterra”.

 

Dal castello di Gesualdo partirono le iniziative per il secondo matrimonio di Carlo Gesualdo, quello con Eleonora d’Este, nipote del Duca di Ferrara, del cardinale Ippolito, e di Isabella d’Este.

 

C’è tutto il Rinascimento, in questo secondo matrimonio, le parentele con gli Estensi, con i Gonzaga, con Ludovico il Moro. Eleonora era bigotta, portava il cilicio, evitava gli amplessi coniugali, era poco adatta a consolare Carlo Gesualdo. L’erede, Emanuele, nato da Maria d’Avalos, premorì al padre, affrettando l’estinzione della casata. L’ultima dei Gesualdo, Isabella, nipote di Carlo, andò sposa a Nicolò Ludovisi, anche lui nipote di un papa, Gregorio XV.

Nicolò Ludovisi visse parecchi anni a Gesualdo, dove compì varie opere; il feudo poi fu trasmesso al loro figlio Giovanbattista, che lo vendette a Isabella della Marra.

Nicola Ludovisi, felice per aver sposato Isabella che lo rendeva padrone di Gesualdo, fu molto attento al paese, completò conventi, restaurò la chiesa di San Nicola, e davanti a questa fece ampio spazio per erigervi il Cappellone da cui si poteva benedire il popolo ammassato nella piazza; è una costruzione quadrangolare, sormontata da un corpo cilindrico terminante con cupola e lanternino, con lesene e cornicione; le “riggiole” settecentesche sono scomparse.

Inoltre il principe Ludovisi ampliò il convento dei Cappuccini e la chiesa di S. Nicola, ed edificò la parrocchia di S. Antonio con un ricordo epigrafico per la moglie Polissena Mendoza. Ma la memoria “perpetuae pietatis” fu presto dimenticata con il matrimonio, il terzo, con Costanza Pamphily, nipote di Innocenzo X.

 

Carlo Gesualdo ha lasciato un suo ricordo: la fontana che, prima smembrata, è stata ricomposta; tra lo stemma gesualdino e i sottostanti mascheroni una scritta in latino dice che la fontana, già vetusta e sfasciata, è stata restituita “alla comodità pubblica”, cioè ad abbeveratoio, secondo l’interpretazione datane dal Famiglietti.

 

Dalla piazza Umberto il portale barocco della Chiesa di San Nicola, riccamente decorato, è un segno del settecento in una struttura più antica. Nella semplice chiesa di S. Maria degli Afflitti in via Canale una tela segna la presenza in Gesualdo del pittore solofrano Tommaso Guarino. Nella chiesa di S. Antonino le tele del pistoiese Bartolomeo Guelfo richiamano le atmosfere trasognate del Perugino. (ora custodite presso il Museo Diocesano di Nusco).

Tra le statue e le tele, non si può tralasciare di osservare, se non per abilità pittorica certamente per la rappresentazione dei personaggi in costume del tempo, “Il Perdono di Gesualdo”, opera attribuita a Giovanni Balducci, nella chiesa dei Cappuccini.

Domina un Cristo giudice, con la Madonna e San Michele; sotto, San Francesco e San Domenico, la Maddalena e Santa Caterina; più in basso, Carlo Borromeo presenta Carlo Gesualdo; a destra, una donna sarebbe Eleonora d’Este, la seconda moglie. Ingiurie e contumelie riversarono su Maria d’Avalos cronisti e storici, senza alcun sentimento di pietà per l’infelice.

Nel quadro della cappella Carafa in San Domenico a Napoli Maria appare idealizzata, con il libro di preghiere fra le mani. Solo Torquato Tasso ne ebbe pietà. Ospite nel castello, dedicava tre sonetti alle “alme leggiadre” degli amanti. Al centro del quadro figura un fanciullino, ed erroneamente si è visto in questo fanciullo il figlio della colpa che sarebbe stato ucciso, anche lui, da Carlo Gesualdo. Ma di questo secondo figlio di Carlo e Maria d’Avalos non c’è alcun cenno negli atti del processo; forse è Alfonsino, il figlio di Eleonora, morto che aveva tre anni.

La religiosità di Gesualdo s’infervora in occasione della festa del “volo dell’Angelo”. Ebbe origine il “volo” nella metà del secolo scorso, durante i festeggiamenti in onore del protettore San Vincenzo. Nella preghiera si celebrava l’Angelo dell’Apocalisse mandato ad annunziare il giudizio.

E l’Angelo dell’Apocalisse divenne l’Angelo che vince le forze del male; è impersonato da un ragazzetto di dieci o dodici anni che viene aggrappato ad una corda tesa tra la torre e il campanile e spedito contro il diavolo. La fune di acciaio è lunga cento metri.

Da un’impalcatura a terra esce il diavolo, sbuffando fumo, dicendo vituperi, con corna e mantello nero. L’Angelo lo ricaccia nell’inferno e pronunzia frasi che, dicono, risalirebbero ad un testo del madrigalista gesualdino Cillo Palermo e che sarebbero state rimaneggiate e riadattate anno per anno, secondo gli schemi di sacre rappresentazioni medioevali. L’Angelo, vittorioso, se ne torna verso la torre, verso il cielo; ancora una volta il Bene trionfa sul Male, ed i gesualdini, dopo il volo dell’Angelo, se ne tornano alle loro case. Fu il principe Ludovisi a introdurre, nel seicento, il volo dell’angelo. 

Questo “volo dell’angelo” si ripete in onore di San Vincenzo Ferreri, di cui si conserva in paese una statua. Per impadronirsene, i Gesualdini, commisero una prepotenza “mistica”. Un comune dell’Italia settentrionale aveva commissionato ad un artista spagnolo la statua di San Vincenzo; per portare la statua al comune committente i portatori si fermarono a Gesualdo; i Gesualdini, ammirandone la bellezza ed infervorati dall’amore per San Vincenzo, non permisero il proseguimento del viaggio, e la statua rimase a Gesualdo. Almeno, così si racconta.

Studiosi locali han tratto dall’oblio e dal silenzio un poeta di Gesualdo, Cillo Palermo, di cui è giunta a noi un’opera, “Gli amori sdegnati”. Era un prearcadico, e la sua opera dimenticata è stata rinvenuta nella biblioteca San Marco di Venezia dal professore Arturo Famiglietti.

 

Discorso più ampio, anche per la maggiore vicinanza ai nostri tempi, merita il canonico Don Giuseppe Forgione, autore di un “Notiziario del Regno” in cui registra, giorno per giorno, gli avvenimenti del 1860.

Comincia così: “Primo giorno, domenica. La giornata è stata brillante, si è guastata un poco verso l’ora. Non sappiamo con quale auspicio mettiamo piede in questo anno 1860. Augurandocelo felice con l’aiuto del Signore. Anno principiato passando questa giornata in digiuno. Dopo la Chiesa, mi sono disturbato col figlio di Masto Michele Pesiri per avergli improntato 60 ducati”.

E così continua per 360 giorni, raccontando puntigliosamente i fatti del paese, le beghe, i pranzi, con una cronaca in cui si intravedono le grandi cose che avvengono altrove, ed in cui è condannata la chiesa ufficiale e il governo borbonico.

 

La simpatia per i garibaldini “vestiti di camicia rossa e cintoloni e cappello all’italiana”, che vanno ad Ariano il 6 settembre, è evidente. 

Gli avvenimenti di Ariano sono narrati con precisione di diarista, l’agguato, la ritirata, la strage, e registrate con soddisfazione le notizie, che vengono da S. Angelo, sull’entrata di Garibaldi a Napoli e “sulla freddezza e lutto” dei borbonici gesualdini.

La votazione del 21 ottobre per il Plebiscito così è riportata: “Di circa novecento votanti, appena sono intervenuti un centinaio, oltre i Galantuomini e il Clero; i cafoni nel ricevere i cartelli li prendevano con disprezzo e, brontolando parole, facevano conoscere avversione. In molti paesi i cafoni non hanno voluto votare, astenendosi di comparire. Alcuni di Montella, Bagnoli, Montemarano, si sono armati per scorrere i paesi e proclamare il regno di Francesco”.

 

Della Gesualdo del periodo post unitario, tante luci ed ombre in un vorticoso alternarsi di vicende nella quali spiccano briganti, luogotenenti e signorotti. Si va dalle confessioni del brigante Forgione, che nella Caserma di Gesualdo giura eterna fede al Re Borbone benedetto dal Papa, fornendo alle istituzioni italiane nomi e simboli mai rivelati dell'astio dei briganti, al feroce e poi illuminato Felice Catone, luogotenente del Regno d'Italia che nell'estate del 1862 conduce militari e contadini alle armi contro le scorribande dei briganti che cercarono invano di assaltare la fortezza di Gesualdo per farne proprio dominio.

Poi il secolo cambia verso e per molti gesualdini il futuro diventa americano. Seguirono fame, miseria e nobiltà di una Gesualdo latifondista retta da signori o signorotti. L'inizio del novecento si segna della presenza serafica di un frate che sarebbe poi diventato santo (San Pio da Pietrelcina) e dalla tragedia della grande guerra che porta al sacrificio di un'intera generazione di ragazzi. Segue il buio del fascismo e una nuova sanguinosa guerra a distruggere equilibri già fragili. Il secondo dopo guerra vede altri gesualdini partire ad inseguire sogni argentini o venezuelani ma anche molto emiliani.

 

E poi arriva la modernità a rimescolare tutto....

 

Cfr.:

Arturo Famiglietti, Storia di Gesualdo, Partenopea 1988

Antonio Vaccaro, Carlo Gesualdo, Appia 1982

Giuseppe Consiglio, Il principato di Venosa, Appia 1992

Alberto Consiglio, Gesualdo ovvero assassinio a cinque voci, Berisio 1967


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